VENEZIA - Appalti in cambio di denaro, di case, di assunzioni, di sponsorizzazioni sportive, anche di voti. E favori a un magnate di Singapore per cedergli a 150 milioni di euro un’area fra terra e laguna di proprietà del sindaco Luigi Brugnaro con la promessa di provvedimenti edilizi e urbanistici finalizzati al raddoppio della superficie edificabile.
«Causa da 10 milioni di euro»
La sintesi del «sistema Boraso», di questo mondo parallelo, per il gip di Venezia Alberto Scaramuzza è però tutta in queste parole: «Bisogna fare una causa di 10 milioni di euro ai danni del Comune, che ci ha preso per il c…, come ho sempre detto». A dirlo è Renato Boraso, assessore proprio del Comune lagunare dove bazzica da molti anni. Si lamentava dell’autorizzazione che non arriva per un maxiparcheggio dalle parti dell’aeroporto Marco Polo. Il giudice: «Invece di perseguire l’interesse dell’ente arriva al punto di proporre una causa milionaria contro lo stesso, che dovrebbe in teoria rappresentare». I valori in ballo non sono trascurabili. L’imprenditore Fabrizio Ormenese, finito in carcere, gli propone un regalo da 200 mila euro: «Quando è a posto l’operazione, siccome tu mi hai dato una mano in tutto, ti faccio un bonus di 200 mila. Non ti ho detto niente! Abbiamo fatto un accordo nostro, ti do 200 mila, tu fai quello che vuoi».
Gli sponsor del basket
Un occhio di riguardo Boraso ce l’aveva anche per le società sportive, quella locale del suo quartiere, basket Favaro, e quella del «Paron» Brugnaro, la Reyer: allo sponsor chiede 5 mila euro per la prima, 10 mila per la seconda e 40 mila per sé. La contropartita? Appalti. Di affari immobiliari parla invece con la compagna di Brugnaro, Stefania Moretti. Un trojan piazzato dalla Guardia di Finanza nel suo cellulare registra un loro incontro. «Andiamo sui grandi numeri… ci sono un sacco di piani di lottizzazioni ferme…», le dice Boraso mentre lei scrive su un foglietto: «Favaro, Campalto e dintorni». «A Gianluca Vidal, il professor Vidal, quello della Sampdoria, gli ho fatto fare la società che è stata affidata alla sua fidanzata… 200 appartamenti». Boraso ne parla anche con il sindaco, che reagisce così: «Scoltami! Le ho prese in mano e adesso le sblocco… le ho sistemate, punto e basta! Va ben? Ti ho dato il messaggio».
La minaccia degli ispettori
Dall’ordinanza che lo ha portato in carcere, Boraso esce come un vulcanico uomo d’affari, molto attento alle imprese «amiche». Alle quali applica comunque il suo personalissimo tariffario: il 3 o 4% sull’ammontare dei lavori ottenuti (arrotondati talvolta da una quota fissa annua). È il caso della Tecnofon di Daniele Brichese, indagato, per il quale si è speso anche quando a vincere la gara era stata un’altra impresa. Si trattava di appalti riguardanti la ristrutturazione di un emeroteca e la manutenzione di una scuola. «Boraso aveva convocato il dirigente comunale perché contattasse il direttore della ditta aggiudicataria in modo che una parte dei lavori fossero dati alla Tecnofon… — scrive il gip — In caso contrario assicurava al Brichese la sua intenzione di far inviare ispettori dello Spisal al cantiere di quella ditta».
Le richieste dell’assessore erano variegate. Per esempio, in cambio dell’assegnazione dei servizi di vigilanza all’Actv (l’azienda pubblica dei trasporti) alla società Rti del gruppo Cds «concordava con Helio Costantini (indagato, ndr), socio di maggioranza della Cds, la dazione di utilità economiche, la raccolta e l’indirizzamento di voti alle elezioni politiche del 25 settembre 2022 in favore del partito sostenuto da Boraso e l’assunzione di persone da lui indicate (per accrescere il consenso elettorale)». «Stai molto attento a ‘sta gara», istruisce il dirigente dell’ufficio contatti invitandolo a intervenire per evitare che il lavoro venisse dato alla concorrente. «Va ben gli darò un’occhiata e dopo ti dico».
L'uomo di Singapore
L’impressione è che ogni lavoro sia in qualche modo pilotato. Su tutto regna sovrano un collaudato sistema di registrazione: «La falsa fatturazione: è lo stesso Boraso a suggerirlo», scrive il gip. Emergerebbe da un suo colloquio con un impresario: «Se tu mi dici “Renato fammi una fattura da 20 mila come consulenza generale” posso anche farla che te la scarichi».
L’affare di Brugnaro su cui stanno indagando i pm si chiama invece Pili, l’area di oltre 40 ettari fra terra e laguna che il sindaco acquistò a 5 milioni di euro nel 2006 e per la quale aveva mostrato interesse l’imprenditore di Singapore Ching Chiat Kwong. Una volta diventato sindaco — scrive il gip — Brugnaro concordò con lui il versamento di 150 milioni di euro in cambio del raddoppio dell’edificabilità. Ma Kwong, al quale il Comune avrebbe pure venduto palazzo Papadopoli a prezzi ritenuti scontati, lo beffò facendo marcia indietro.
