ROMA, 17 APR - Dalla maxi rapina dei 'sette uomini d'oro' di via Osoppo a Milano nel lontano 1958 al più grande furto di diamanti della storia messo a segno da una banda di italiani ad Anversa del 2003 passando per il caveau del Tribunale di Roma svaligiato del 1999. E' lunga la lista di colpi, più o meno recenti, degni di Arsenio Lupin. Azioni studiate nei minimi dettagli per riuscire a eludere sofisticati sistemi di allarme e arrivare a mettere le mani su bottini milionari. Tra i furti più spettacolari quello messo a segno nella cittadella giudiziaria della Capitale. Era la notte tra il 16 e il 17 luglio 1999 quando i ladri riuscirono a entrare nel caveau della banca all'interno Tribunale, considerato inespugnabile, rubando denaro e documenti riservati. Furono trafugate 147 delle 990 cassette di sicurezza di proprietà di avvocati, magistrati e cancellieri, per una stima totale di 17 miliardi di lire. Per gli inquirenti la mente del colpo era Massimo Carminati (detto 'Er cecato' e poi coinvolto nell'inchiesta 'Mondo di Mezzo'), condannato a cinque anni di reclusione per l'episodio. Pene da 3 a 5 anni anche per due carabinieri accusati di aver favorito l'ingresso dei ladri all'interno della sorvegliatissima filiale. Correva l'anno 1984, invece, quando - sempre nella Capitale - una banda mise a segno la cosiddetta rapina del secolo alla Brink's Securmark, approfittando di un corteo che aveva paralizzato la città. La sera del 23 marzo quattro uomini mascherati sequestrarono una delle guardie giurate dell'istituto bancario, andarono nella sua abitazione in cui c'era la famiglia. I rapinatori minacciarono il vigilante dicendo di essere brigatisti per costringerlo a tornare in banca e aprire il caveau con le chiavi. Riuscirono poi a sparire con un ingente bottino, circa 35 miliardi di lire. Le indagini portarono nel tempo all'arresto di personaggi chiave, riconducendo il colpo ad ambienti della criminalità romana. Finì nel sangue, invece, l'ultima rapina della banda Cavallero che avvenne il 25 settembre 1967 a Milano nella filiale del Banco di Napoli di largo Zandonai. L'assalto sfociò in un tragico inseguimento di 30 minuti per le vie della città, durante il quale i banditi per guadagnarsi la fuga spararono all'impazzata contro la polizia e i passanti, provocando 3 vittime. I quattro responsabili furono arrestati poco dopo. Sempre nel capoluogo lombardo, nel 1958, il celebre colpo di via Osoppo, a Porta Magenta. Senza sparare neanche un colpo, i rapinatori assaltarono un furgone portavalori che trasportava più di 500 milioni di lire e scapparono. I sette indossavano tute blu da operaio per mimetizzarsi e, all'arrivo del mezzo blindato infilarono passamontagna grigi, sfoderando un arsenale di pistole e mitra, dopo avergli bloccato la strada con due furgoncini. Un mese dopo tutti i responsabili finirono in manette. E viene attribuito ad una mente italiana il più grande furto di diamanti della storia. All'alba del 15 febbraio 2003, quando era previsto l'arrivo di un grosso carico di preziosi dall'Africa, i ladri entrarono al World Diamond Center di Anversa, in Belgio, passando da un edificio attiguo. Per impedire il rilevamento dal sensore a infrarossi fu impiegato uno scudo in polistirene. Una volta all'interno, forzarono più di cento cassette di sicurezza, eludendo i sofisticati sistemi di allarme. I presunti componenti del gruppo furono poi arrestati, ma il bottino non è mai stato recuperato interamente. Fonte ANSA 2026-04-17
Clienti in fila tra rabbia e sollievo, polemiche sulla sicurezza 'Troppo facile rapinare una banca'. Un ostaggio: 'Non erano aggressivi, ma sicuri di sé' (di Flavia Dolgetto)
NAPOLI, 17 APR - Si sono messi in fila in silenzio, ordinati, aspettando che una guardia giurata aprisse quella porta che ieri era stata il confine tra la normalità e l'incubo. In piazza Medaglie d'Oro, la mattina dopo il grande colpo alla Crédit Agricole, i danni non si contano in cifre, ma in frammenti di esistenza. Perché dentro quelle cassette di sicurezza trafugate e forzate con "la facilità di un cacciavite", non c'erano solo sterline d'oro, gioielli o documenti importanti, ma la memoria di intere generazioni. Fuori dall'istituto bancario, questa mattina il clima appariva sospeso: c'era chi usciva esultando per il danno scampato e chi, con lo sguardo spento, già consapevole di aver perso tutto. Si è avviato il censimento dei beni contenuti nelle cassette, sconosciuti alla banca, sulla base delle dichiarazioni dei clienti, molti dei quali dovranno ancora attendere i tempi tecnici dell'inventario. "La mia cassetta veniva dalla filiale di via Scarlatti", ha raccontato un correntista. "Anni fa ci proposero il trasferimento qui garantendoci che fosse uno dei caveau più sicuri. Invece le cassette erano a vista lungo le pareti. Hanno aperto quelle, mentre quelle protette dagli armadi blindati non sono state toccate". La rabbia monta per una sicurezza percepita come inesistente: "Niente metal detector, una porta antipanico per il caveau. Si entrava con una semplicità incredibile", ha denunciato una donna. "Siamo venuti a conoscenza di un tentativo di furto già l'estate scorsa: perché non hanno fatto nulla? È una negligenza gravissima". Per molti, il valore economico seguiva quello affettivo. "Mia moglie aveva preparato i bigliettini con gli oggetti da lasciare alle nipoti", ha sussurrato un uomo che conservava lì i suoi averi dal 1982. "Ti senti smarrito, violato nella sfera affettiva". Un furto che diventa "danno psicologico", mentre già si teme la beffa dei rimborsi: "Le fedi di mio padre o di mio nonno per alcuni sono quattro spiccioli, per noi erano tutto. Nessun risarcimento può ricomprare il passato". Mentre il personale provava a gestire il caos, restava l'amarezza per l'epilogo dell'assedio. "Con quello spiegamento di forze, non pensavo sparissero così nelle fogne", ha commentato una donna guardando le pattuglie. "Forse qualcosa nel coordinamento non ha funzionato". Se per il sindaco Gaetano Manfredi il colpo è stato "programmato da mesi da grandi professionisti", per chi era dentro la percezione è stata più sfumata. "Erano napoletani, con noi quasi gentili", ha raccontato un ostaggio. "Non erano aggressivi, ma sicuri di sé: contavano sulla nostra paura". Un assalto chirurgico fatto di ordini autorevoli e dialetto stretto: "Ci hanno rinchiusi e fatto posare i cellulari, poi non li abbiamo più visti". Fonte ANSA 2026-04-17
