Nelle sentenze definitive i giudici scrivono di un bottino “eccezionale”: «Almeno 18 miliardi di vecchie lire», mai recuperati. Sottolineano«l’audacia» di un’azione criminale «spettacolare»: un commando di banditi che riesce a svaligiare in tutta calma il caveau della banca più sorvegliata d’Italia, senza sparare, senza forzare neppure un lucchetto, senza far scattare il doppio sistema d’allarme. Vanno a colpo sicuro: hannoin mano una lista selezionata di cassette di sicurezza da svuotare. È un furto «pluriaggravato» che spinge i magistrati diieri e di oggi a evidenziarne la «carica intimidatoria». Per «lavalenza simbolica del luogo violato»: il palazzo di giustizia di Roma, in piazzale Clodio, presidiato giorno e notte da militariarmati. Per «l’inquietante capacità di penetrazione corruttivafin dentro l’Arma dei carabinieri».
Un cassiere per Cosa nostra L’uomo di collegamento fra la Banda della Magliana e Cosa nostra siciliana è Pippo Calò, “cassiere della mafia” che viveva a Roma. Su questi intrecci indagavano alcuni magistrati vittime del furto inbanca. E su questo collegamento si basa anche l’accusa dei pm per l’omicidio Pecorelli che vedeva imputati Carminati, Andreotti e Claudio Vitalone
Fonte L'Espresso 23 ottobre 2016
vedi video Il furto al caveau nel palazzo di giustizia di Roma
