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Friday, 15 November 2013 18:48

CASSAZIONE: CASO BERETTA, PROSCIOLTI VERTICI, NON CI FU DOLO Le motivazioni. Azienda era accusata detenzione illegale di armi

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CASSAZIONE: CASO BERETTA, PROSCIOLTI VERTICI, NON CI FU DOLO Le motivazioni. Azienda era accusata detenzione illegale di armi (ANSA) - ROMA, 15 NOV - La tenuta irregolare dei registri del magazzino

dove erano custodite le armi prive di matricola non prova la volontà di fini illegali. E inoltre la rivendita a terzi delle pistole ricomprate dal ministero dell'Interno è un'operazione lecita per un'azienda che fabbrica armi. Pertanto non ci fu dolo da parte dei vertici della Beretta. Con queste motivazioni la Cassazione ha chiuso dopo nove anni il procedimento giudiziario avviato dalla procura di Brescia contro il presidente dell'azienda produttrice di armamenti, Ugo Gussalli Beretta, e i vertici dell'azienda, per una serie di irregolarità nella detenzione e nella raccolta di armi. Nell'udienza in camera di consiglio del 19 settembre la prima sezione penale aveva respinto il ricorso della procura contro il proscioglimento pieno di alcuni imputati e la derubricazione a contravvenzione (con conseguente dichiarazione di prescrizione) nei confronti di altri, emessi dal gip un anno fa. La vicenda - viene ricostruito nella sentenza 46055 depositata oggi - aveva preso il via dopo l'arresto di un'impiegata dell'azienda, trovata in possesso di varie armi, in particolare pistole calibro 9 parabellum, trafugate dal magazzino dove era addetta. Seguì un'indagine per appurare se e in che modo la dipendente avesse potuto sottrarre altre pistole e a chi le avesse consegnate. In sostanza la Beretta riacquistava dal governo italiano le armi precedentemente vendute al ministero e le conservava in magazzino: per «la stragrande maggioranza erano custodite prive di matricola» e il registro era tenuto in maniera irregolare. Secondo alcune ricostruzione giornalistiche dell'epoca le armi italiane senza matricola riacquistate da terzi, dopo vari passaggi, erano poi finite anche in Iraq. Nel ricorso la Procura sosteneva che la gestione irregolare del magazzino bastasse a «comprovare l'esistenza del dolo» della illegale detenzione e raccolta di armi. Tesi esclusa invece dal gip le cui conclusioni sono condivise dalla Cassazione. La tenuta irregolare dei registri del magazzino «non comporta in automatica la volontà di detenere illegalmente le armi onde perseguire finalità illecita». Inoltre «il riacquisto delle vecchie armi da parte del fabbricante e la successiva rivendita a terzi dopo averle riparate e collaudate sono attività che possono essere iscritte nel ciclo di commercializzazione». Per quanto riguarda poi il codice identificativo, «un'arma che non ha ancora lasciato la casa produttrice non ha necessità di per sè di un numero di matricola se non al termine del processo produttivo e amministrativo che renderà il prodotto vendibile». ANSA 15-NOV-13 18:54

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